“Uno”: Estratto

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C’è una motocicletta che mi tossisce accanto. E si ferma. Tre ragazzi smontano, di un casco nemmeno l’idea. Uno di loro si chiama Dhakshina Murthy ed è il più grande del nostro orfanotrofio. Saluta gli amici e mi si avvicina, il grande sorriso tutto denti. Fa per toccarmi la spalla, come saluto, ma tentenna perché, in fondo, ci conosciamo da così poco. Sembra di più. Ha diciannove anni e ne dimostra molti di meno, forse quindici, stando all’altezza, ai polsi sottili, le spalle minute. Parlaci, però, e sei davanti a un uomo. Molto più di quanto lo sia io, molto più dei miei coetanei là, in Occidente.

Giuro, non sembra vero.

Insomma, ho vent’anni. Davvero ho venduto i miei vestiti? Davvero quel biglietto aereo comprato alla cieca e di nascosto? Davvero i bambini, che non c’entravo niente, io?

L’India, davvero?

Ma sì che è reale. Ti sfido a non crederci quando hai il naso pieno dell’odore della polvere, rossa, di fritto, una baracca sulla strada, di vacca, passeggia, frusta l’aria con la coda quando una macchina suona il clacson per farla scansare; di rifiuti. Bruciano. Questo è reale. Questo non te lo scordi, spazzatura colorata a fuoco, volteggia, e non ha niente a che vedere con American Beauty. Maialetti bruni grufolano nel fumo velenoso. Ma c’è altro. A sinistra un cimitero di cristiani canta, zitto. Certo che cantano le sue tombe colorate, vecchie croci pendono, forse stanche. Sempre gialle, rosse, blu, coriandoli sotto catene di luci. Se proprio dobbiamo morire che almeno rimanga questo di noi, lo strascico colorato del nostro ricordo, per coloro che restano. Poi c’è musica da lontano, dal centro del villaggio, dove già il festival vive. Non può aspettare che il sole sia del tutto tramontato. Noi eravamo diretti proprio lì.

“Noi.” Mi volto e vedo diciannove indianini, dai quattro ai sedici anni, la camicia buona per la sera di festa. Alcuni mi sorridono, quelli che non sono troppo intenti a guardarsi attorno. Come nei miei, c’è sorpresa nei loro occhi. Escono a malapena.

Ma ci sono io, ora, il volontario. E già volontario non mi sento più. Ero terrorizzato, prima. Oggi è già un dono.

Ecco, questo non sembra reale.

Facciamo silenzio passando davanti al cimitero, qualche anziano non nasconde la sorpresa vedendomi. Sento che il nostro silenzio si contrappone al frastuono della musica, in contraddizione. Però qui la musica mai è irrispettosa. Non mente, non insulta, propria espressione dell’animo. Così com’è il sorriso. Sono a disagio via via che gli occhi puntati su di me si moltiplicano. Sembra scortese ma è solo questo sentimento di condivisione, il villaggio, dove ognuno è connesso al suo vicino e non ci sono transenne tra me e te. Sollevo la mano. Tutti ricambiano il saluto, oscillano il capo in quel gesto unicamente indiano che significa “sì” e “va bene”, “mi piaci”. Sorrido di rimando. Alcuni dei nostri bambini si fanno più vicini, forse contenti di me.

Dhakshina, cauto, mi chiede di essere cauto a mia volta con i locali. Sorride.

La via principale del villaggio. Bancarelle si affollano sulle frange della strada: giocattoli cinesi, venditori di frutta e cereali, persino un tatuatore, il suo ago pare uno scalpello, il piano di lavoro che è una piastrella. La gente mi guarda. È troppo gratificante l’accoglienza sui loro volti quando sono il primo a salutare. Mi faccio più coraggioso. Luci sopra la strada si intersecano collegando una finestra all’altra. Rangoli davanti ad ogni uscio, disegni per chiamare la buona sorte, polvere di riso sulla terra battuta. Ogni muro è colorato. Ed è più bello che a Disneyland.

I ragazzi comprano dalle stuoie sulla strada. Le paghette che ricevono per l’irrigazione, per la raccolta, per inscatolare la frutta scintillano tra le mani, ora sonagli ora caramelle, giocattoli di un colore solo, ora braccialetti di perline.

C’è un vecchio. Mi guarda di sbieco. Subito saluto, levo la mano. È contento. Passiamo oltre, i bambini non abbandonano mai il gruppo ma non si perdono nulla di questo spettacolo. La musica è più vicina, presto… qualcuno mi afferra la spalla. Mi volto, è quel vecchio.

I denti. Li ricordo. Pochi e marci, nella bocca lasciata socchiusa. Gli occhi, rossi. Farfuglia ma non mi serve l’interprete: l’alcol parla la stessa lingua in tutto il mondo. In più, una canna in mano. Sì, erba, il fumo si avvita in spire rotte dai tremiti. Bofonchia qualcosa che nessuno comprende. Scorgo lo spavento sul viso del mio amico. Il vecchio barcolla. Tempo per filarsela. Ci muoviamo veloci, compatti. Nessuno parla, tranne me, che voglio sapere, quasi eccitato dall’accaduto. Idiota. Passiamo accanto a un muro di casse alto quanto un elefante, ragazzi ballano sotto luminarie cristiane. La fonte della musica. Ma non ci fermiamo. Mettiamo passi tra noi e l’episodio. Siamo in piazza. La chiesa è bianca e grandi carri ospitano la statue di Gesù e Giuseppe. Il villaggio è cristiano. La sensazione non è di trovarmi in una succursale dell’Occidente.

Riprendiamo fiato. Il bimbo più piccolo già se n’è dimenticato.

Continuo a chiedere. Calma.

Il festival si alza intorno a noi. Un uomo con carretto vende gelati di cui non mi fiderei e rabbrividisco. Più tardi ne avrei fatto il bis.

Il suo volto è a un palmo dal mio. Vedo la rete di rughe incise dal lavoro sotto il sole. I pochi denti devono soffrire di solitudine. Culmina negli occhi. Piange. Tende le mani verso di me. Il vecchio, spuntato dal nulla. Indietreggio. E succede qualcosa che mi spacca il cuore. I bambini mi si stringono attorno. Davanti! Cercano riparo? No, mi proteggono. Tra me e il vecchio. Farfuglia e piange e loro, a scudo, chiusi davanti a me. Alti come il mio ombelico.

Un uomo interviene e lo allontana. L’anziano continua a cercarmi con lo sguardo.

 

Quella notte, allora, cercai tutte le piste che potessero aver condotto il mondo a questo momento. Non tanto la strada per le case di latta e per i tetti di paglia, ma, invece, a questa riverenza nei miei confronti, uomini e bambini.

Lì, intorno a me, io sul materasso e loro sulle stuoie, dormivamo sullo stesso pavimento. I respiri fischiano nel sonno, ascolto. Erano stanchi, di ritorno dal festival, e il giorno dopo la sveglia sarebbe stata all’alba. Mi avrebbero svegliato chiamandomi «Anna» fratello. Tutte le domande tacciono allora.

Stanotte vedevo ancora i denti del vecchio. Non sapevo rispondere. Cos’aveva portato l’India ad essere così svantaggiata rispetto all’Occidente? Non sapevo per quale motivo fossi nato così.

Sapevo che cosa aveva portato me qui. Il collage del fallimento. Casa, famiglia, città, amici.

In sincerità e senza pretese, niente che importasse davvero.

Per questo – «Sir» avevo detto – avevo chiesto a Mr Joshua di poter dormire con loro, quella sera. Avevo chiuso la mia stanzetta con il lucchetto e senza malinconia. L’aria era viziata. Il ventilatore parlava di qualcosa per cui non avevo orecchie. Spostai lo zaino verde, e quanto era pesante, quanta roba mi ero portato. Iopig con cappello dei Giants, li accarezzai.

I ragazzi dormivano sdraiati a terra, tutti e venti.

Salii i gradini, la porta, bussai, nocche e legno – legno e nocche. Aprii. Prova a immaginare. Per favore, prova a immaginare. Come il giorno in cui ero arrivato, da migrante. A differenza di allora attesi che mi invitassero ad entrare. I muri, dentro, d’azzurro. A differenza di allora la festa che ci facemmo. C’era il mio materasso alto tre dita, e le stuoie e la reazione – immagina! – davanti a Iopig. Altro che il Taj Mahal. Iopig grugnì, la solita baldanza.

Ti svegli la mattina e sai che dovrai lavorare nei campi, irrigare le viti nuove e raccogliere – e non mangiare – i manghi.

Tutto il dramma che avevo pensato di vivere a casa si vergognò di se stesso.

Eppure realizzai per davvero quanto caotica e in prestito fosse la mia fortuna, la fortuna d’essere nato sulla guancia giusta del mondo, soltanto quando un vecchio, per strada, pianse e disse: «Sei bianco come Dio.»

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One thought on ““Uno”: Estratto

  1. Non leggo spesso libri oggi sono qualcosa di inusuale tra i giovani un qualcosa di “Antico” bhe per puro caso sono arrivato al tuo sito, da un una condivisione di un tuo post di un mio amico alla lettura di una stralcio del tuo libro sul sito. Lo comprerò, e non perché i soldi andranno in beneficenza, Anche, ma perché mi ha lasciato qualcosa, un vuoto che voglio colmare leggendolo tutto di un fiato. Complimenti spero questo libro sia solo il tuo trampolino di lancio.

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